Attacchi di panico: sintomi esplosivi, emozioni taciute

Comincerò spiegando il titolo di questo articolo. Negli attacchi di panico, sintomi improvvisi ed eclatanti rappresentano infatti il modo di dare voce a emozioni non riconosciute o poco accettate.

Detto così può apparire poco chiaro o fumoso, ma spero che lo sarà meno man mano che leggerai questo articolo.

Per meglio illustrare i meccanismi sottostanti la maggior parte dei disturbi di panico, seguiremo la storia di Antonio.

Antonio è in macchina, da solo, sono circa le 15 del pomeriggio. È Agosto, le strade della sua città sono pressoché deserte, fa molto caldo. Arriva nei pressi di un incrocio, il semaforo è giallo, quindi si ferma. Mentre è lì, in attesa che scatti il verde, inizia a notare qualcosa di strano. Gli gira la testa, il cuore inizia a battere forte. Nel frattempo scatta il verde, riesce faticosamente a ripartire per poi accostare subito dopo. Di lì a poco cominciano anche i tremori e un senso di soffocamento, ha paura, suda, non sa cosa gli stia succedendo. Distende il sedile, prova a chiudere gli occhi e a respirare profondamente, ma i sintomi continuano. È terrorizzato, è la prima volta che gli succede una cosa del genere. È convinto che stia per avere un infarto o comunque che si tratti di qualcosa di grave. Spera che arrivi qualcuno a soccorrerlo ma non c’è nessuno.

Dopo circa 10 minuti il respiro diviene gradualmente più regolare, ritorna pian piano in sé, non ha più quel senso di soffocamento. Resta un grande spavento, un senso di stanchezza e la paura che possa ripresentarsi. Decide quindi di recarsi al Pronto Soccorso per un controllo, dove (fatti gli accertamenti) gli diranno che si è trattato di un attacco di panico, prescrivendogli delle gocce di ansiolitico da usare al bisogno.

Attacchi di panico: sintomi più comuni

Quella di Antonio è una vicenda tipica di chi soffre (o ha sofferto) di un disturbo da attacchi di panico. Sintomi inaspettati, come un fulmine a ciel sereno, che raggiungono il picco nell’arco di breve tempo per poi diminuire di intensità fino a tornare alla normalità.

Si tratta di un’escalation di sensazioni corporee che alzano il termometro della paura e paralizzano la persona. Molto comune è il recarsi al Pronto Soccorso, per controllare che non ci siano problemi al cuore o comunque malattie fisiche che possano aver causato quell’episodio.

Dai un’occhiata all’immagine qui sotto, nella quale è riassunta la sintomatologia tipica delle crisi di panico.

Attacchi di panico sintomi

Sintomi tipici degli attacchi di panico

 

Dopo il primo attacco, la persona spesso vive nella paura che possa ripresentarsi. Ciò che non riesce a superare, infatti, è il suo vissuto di non controllabilità degli attacchi di panico. Antonio strutturerà pensieri del tipo “e se mi succede mentre sono al lavoro?”, oppure “e se la prossima volta sarà così forte da provocarmi un danno al cuore?”.

Per questa ragione inizierà da una parte a evitare certi luoghi nei quali secondo lui sarebbe particolarmente problematico avere un attacco di panico. Rivende ad esempio il biglietto di un concerto al quale doveva andare con gli amici, per paura di avere un attacco in mezzo alla folla. D’altra parte, non esce di casa senza portare con sé la boccetta di ansiolitico che gli hanno prescritto, una bottiglietta d’acqua e delle salviette rinfrescanti.

Ad ogni modo, gli capiterà di avere altri episodi e sintomi del genere, spesso più blandi, ma che comunque vivrà con fastidio e disagio.

Pensa che la sua non sia più vita. Inoltre è frustrato dal non sapere perché da qualche mese ha iniziato a sviluppare questi episodi di ansia, considerando che tutti gli esami fisici che ha fatto hanno dato esito negativo.

Sotto consiglio di un conoscente decide quindi di contattare uno psicoterapeuta per affrontare il suo disturbo in maniera adeguata.

Potrai trovare una descrizione della sintomatologia e del trattamento degli attacchi di panico anche qui.

Qual è il ruolo dello psicoterapeuta nel disturbo da attacchi di panico

La vicenda di Antonio illustra diversi aspetti che caratterizzano il disturbo di panico.

Innanzitutto Antonio è entrato nel vortice della “paura della paura”, ovvero la tendenza ad avere il forte timore che si verifichi un altro episodio. Antonio ha cioè paura di riprovare un altro episodio di paura così intensa.

A causa di questo atteggiamento, Antonio eviterà alcuni luoghi o situazioni, come il concerto al quale doveva andare con gli amici. Questo aspetto, dal nome agorafobia, è presente in molti casi di disturbo di panico e limita (a volte anche pesantemente) la vita della persona.

Infine, Antonio ha sviluppato una serie di comportamenti protettivi che spera possano proteggerlo da un eventuale attacco di panico. Ad esempio non esce senza la sua boccetta di ansiolitico, l’acqua e delle salviette rinfrescanti.

Sebbene a prima vista questi tentativi di controllo possano sembrare benefici, o quantomeno innocui tentativi di fronteggiare l’ansia, si tratta in realtà di comportamenti che alimentano il disturbo. Rinforzeranno infatti la paura della paura e renderanno sempre più problematico per Antonio superare l’impatto che il primo attacco di panico ha lasciato in lui.

La paura della paura è illustrata bene in questo schema, applicato alla situazione di Antonio:

Circolo vizioso degli attacchi di panico

 

Lo stimolo scatenante, in questo caso il pensiero di dover andare al concerto, viene da Antonio percepito come una minaccia (“Potrei sentirmi male”). Ovviamente ciò genera ansia, la quale (per sua natura) aumenta il battito cardiaco e può generare dei tremori. Questi sintomi fisici vengono interpretati in maniera catastrofica da Antonio, ritenendoli il presagio di un attacco imminente, col risultato di una profezia che si auto-avvera. Questa interpretazione catastrofica, infatti, aumenterà il livello di ansia, le sensazioni fisiche, etc. Questa cascata di eventi può portare a un attacco di ansia acuto o a un vero e proprio episodio di panico.

Dal momento che tutto è iniziato dal pensiero di dover andare al concerto, vissuto come una minaccia, Antonio non troverà altra strada che annullarlo, vendendo il biglietto. Ciò lo farà stare meglio (momentaneamente), in quanto la minaccia è stata allontanata.

La sua attitudine a interpretare in maniera catastrofica eventi, emozioni e sensazioni corporee, però, sarà rinforzata e con buona probabilità Antonio inizierà ad applicare questo atteggiamento a diverse situazioni. È così che si innesca l’agorafobia, ovvero la paura di allontanarsi da luoghi ritenuti sicuri e dai quali sarebbe difficile fuggire nel caso ci si sentisse male.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale si è rivelata molto efficace per il disturbo da attacchi di panico e altri disturbi d’ansia proprio perché interviene primariamente su questo circolo vizioso che alimenta i sintomi, sui suoi meccanismi di mantenimento e sulle interpretazioni catastrofiche della persona. Lo scopo è di aiutare il paziente, in breve tempo, a vivere l’ansia e le sensazioni corporee da un altro punto di vista, più adattivo e salutare. Per fare ciò, il terapeuta si avvarrà di diverse tecniche cognitive e comportamentali.

Resta una domanda fondamentale: perché Antonio, da quel caldo giorno di Agosto, ha iniziato a soffrire di attacchi di panico?

Perché gli attacchi di panico sono iniziati proprio in quel momento della vita?

Oltre a lavorare sui sintomi, aiutando il paziente a gestirli e viverli in maniera più funzionale, la terapia cognitiva propone anche un lavoro sugli schemi alla base del disturbo, ovvero sulla vulnerabilità individuale. Si tratta di una parte del lavoro molto importante per la prevenzione delle ricadute, la quale permetterà al paziente di comprendere meglio come mai ad un certo punto della sua vita ha iniziato a sviluppare degli episodi di panico.

Un tipo di lavoro cognitivo, definito costruttivista, indaga il personale modo di dare significato agli eventi da parte del paziente. Il costruttivismo, infatti, suggerisce che la realtà (lungi dall’essere uguale per tutti) è costruita dal soggetto che la percepisce, il quale dà un suo significato agli eventi. Una vicenda relazionale, un evento di vita, un’emozione improvvisa, sono eventi che vengono percepiti in maniera differente da ognuno di noi, a seconda del nostro modo di dare significato alle cose che ci succedono.

Proviamo a pensare a un treno che si ferma in una galleria, non necessariamente per un guasto ma per motivi tecnici. I passeggeri daranno ognuno un proprio significato allo stesso evento. Per Claudio si tratta di un evento irrilevante (difatti continua a lavorare al suo PC), Maria lo vive con disagio perché non le piace il buio, Martina avvertirà come una leggera angoscia mista a tristezza e non vede l’ora di rivedere la luce del sole… mentre il nostro Antonio vivrà la situazione con un senso di paura, claustrofobia e senso di costrizione.

“Cosa c’entra questo con gli attacchi di panico?”, qualcuno potrà dire. C’entra eccome.

Partiamo da un dato più volte rivelato dagli studi effettuati su questo disturbo. Questa ricerca ha ad esempio rilevato che, rispetto ai soggetti senza il disturbo, chi soffre di un disturbo da attacchi di panico mostra una maggiore presenza di eventi di vita stressanti nell’anno precedente il primo attacco. Problemi medici, conflitti coniugali, conflitti con un membro della propria famiglia e separazione da una persona significativa sono le tipologie di eventi più tipicamente riscontrati nel periodo precedente il primo attacco.

Studi come questo sono stati più volte replicati e dimostrano che il disturbo da attacchi di panico si inserisce all’interno del contesto di vita della persona che soffre di questo problema. In altre parole, ciò che viene vissuto come qualcosa di improvviso, inaspettato e poco legato a cause specifiche, è invece preceduto da qualche evento che per la persona ha una connotazione negativa.

Nel caso di Antonio, la settimana prima di quel caldo giorno d’Agosto la sua compagna gli aveva comunicato, en passant, di avere accettato un incarico di lavoro che, per qualche mese, l’avrebbe costretta a stare qualche giorno della settimana fuori città.

A questo punto sorge un’altra domanda: perché in alcune persone gli eventi di vita negativi non provocano alcun disturbo di panico?

La risposta ce la dà il costruttivismo, il quale sposta il focus della domanda. Se ricordiamo che dobbiamo sempre fare i conti con il personale modo di dare significato alla realtà, la domanda diventa: in che modo dà significato agli eventi negativi chi soffre di un disturbo da attacchi di panico?

Per rispondere, dobbiamo tirare in ballo le emozioni.

Attacchi di panico: sintomi fisici che esprimono emozioni non riconosciute

L’osservazione clinica ha dimostrato che spesso chi soffre di attacchi di panico presenta un assetto mentale che porta la persona a non riconoscere le emozioni di paura e di bisogno di protezione legate ai contesti interpersonali. Nel caso di Antonio, quando la sua compagna gli aveva comunicato del nuovo incarico, in lui era subentrato un timore di perderla, ovvero che potesse fare nuove esperienze che l’avrebbero portata ad allontanarsi da lui.

Si trattava però di emozioni che non aveva messo a fuoco, dal momento che provare paura in questo contesto significava per lui essere debole, dipendente, non autonomo. L’emozione provata in quel contesto gli evocava quindi un’immagine di se stesso non coerente con il suo abituale modo di percepirsi, dal momento che si è sempre visto come una persona forte e poco bisognosa di protezione e vicinanza fisica da parte del partner.

Come sappiamo, però, è impossibile bloccare un’emozione fino al punto da eliminarla del tutto. Le emozioni, infatti, ci permettono di affrontare adeguatamente gli eventi e ci informano circa i nostri bisogni.

In linea generale:

Se una certa emozione diviene troppo scomoda per la propria autostima, non la si riconosce Click to Tweet

L’attacco di panico di Antonio, mentre era in macchina fermo al semaforo, rappresenta quindi l’unico modo che lui aveva di esprimere la sua paura slegandola dal contesto interpersonale nel quale è emersa. Quell’attacco di panico gli permetteva quindi di vivere la paura in una maniera diversa, ovvero non come timore dell’abbandono, ma come malessere e sintomi fisici, timore di perdere il controllo, di impazzire, di avere un infarto, etc. Si trattava quindi di una soluzione estrema che, senza ovviamente rendersene conto, Antonio aveva messo in atto per salvaguardare l’immagine di se stesso di persona autonoma e “forte”.

Questa rappresenta la vulnerabilità psicologica di Antonio che ha fatto da terreno fertile per lo sviluppo dei sintomi del panico. In psicoterapia, Antonio da una parte imparerà a gestire meglio i sintomi d’ansia che tanto interferiscono con la sua vita, dall’altra gradualmente inserirà il suo disturbo nel contesto della sua vita relazionale ed emotiva.

Il risultato sarà non solo un superamento dei sintomi degli attacchi di panico, ma anche una maggiore comprensione e articolazione delle sue aree emotive critiche.

La sua vita affettiva e relazionale ne trarrà beneficio.

Articolo consigliato: Vincere gli attacchi di panico: le cinque A
Attacchi di panico: sintomi esplosivi, emozioni taciute
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Chi sono

dott. Andrea Epifani - Psicologo Bologna
dott. Andrea Epifani - Psicologo Bologna

Sono psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e dottore di ricerca.

Oltre a lavorare nel mio studio privato a Bologna, sono professore universitario a contratto di "Psicologia clinica" presso l'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo".

Le mie aree di intervento riguardano principalmente i vari disturbi d'ansia (attacchi di panico, disturbi ossessivo-compulsivi, fobia sociale...), i disturbi dell'umore e le problematiche relazionali.

Per appuntamenti o informazioni:
Studio: Bologna, Via Mazzini 82.
Tel.: 389-0443350
Mail: andreaepifani@gmail.com
Sito: http://BolognaPsicologo.net

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