Vuoi combattere l’ansia? Smetti di combattere!

Ha senso combattere l’ansia?

In genere i modi di esprimersi nascondono i nostri atteggiamenti nei confronti delle cose.

Quante volte hai sentito frasi come “combattere l’ansia”, “vincere l’ansia”, “sconfiggere l’ansia” e cose di questo tipo?

Il web, difatti, è pieno di consigli pratici per vincere fantomatiche battaglie contro le proprie ansie e le proprie paure.

Ciò che hanno in comune tutti questi modi di dire è il fatto che l’ansia viene considerata come un nemico da debellare, un mostro contro il quale lottare con tutte le nostre forze. Una frase come “combattere l’ansia” evoca un atteggiamento nel quale io mi vedo come un lottatore di boxe che indossa i guantoni per prenderla a pugni fino allo sfinimento.

È quello che in genere fa chi soffre di un disturbo ansioso e tenta di affrontare autonomamente il suo problema. Guarda l’ansia come si guarderebbe un uomo intento a rigargli la macchina.

Quasi sempre un atteggiamento di questo tipo risulta perlopiù fallimentare. Sarà lei (l’ansia) ad avere la meglio, lasciandoci stremati dalle energie messe in campo inutilmente e facendoci sentire impotenti e abbattuti.

In questo articolo ti proporrò un punto di vista differente secondo il quale non ha alcun senso salire sul ring contro la propria ansia. Non solo, si tratta anche di un aspetto che fa parte esso stesso del proprio disturbo ansioso.

In altre parole, è una tentata soluzione che in realtà alimenta il problema, anziché risolverlo.

L’ansia: quando diventa un problema?

Come forse già saprai, l’ansia non è in sé un problema. Si tratta infatti di una normale risposta del nostro organismo che fondamentalmente ci aiuta a sopravvivere.

L’ansia è un segnale che il nostro organismo emette nel momento in cui percepiamo un pericolo (esterno o interno). Rispetto alla paura, il pericolo è vissuto come un evento che potrebbe potenzialmente avvenire nel futuro. Ciò porta al rimuginio, alla preoccupazione eccessiva, all’attivazione del sistema nervoso autonomo, alla tensione muscolare. Nella paura, invece, il pericolo è imminente, vissuto nel presente, come quando stiamo per imbarcarci su un aereo e lo viviamo con timore.

Sostanzialmente, l’ansia è quindi il segnale che ci prepara a fare qualcosa per ristabilire un nuovo equilibrio, ovvero lottare o scappare. Non a caso questo tipo di risposta fisiologica si chiama risposta di attacco-o-fuga.

L’evoluzione ci ha dotato di questo meccanismo molto importante perché ci aiuta a sopravvivere, a scappare di fronte a un pericolo oppure a lottare per la sopravvivenza.

Nella misura in cui l’ansia è funzionale e ci aiuta ad affrontare efficacemente le varie situazioni che viviamo, essa non è un problema ma una risorsa. Noi esseri umani, però, siamo caratterizzati anche per la cosiddetta ansia disfunzionale o ansia destrutturante.

Si tratta delle situazioni (isolate o ripetitive) in cui rispondiamo con il segnale d’ansia in maniera esagerata rispetto al contesto e/o con una risposta ansiosa che si dilunga nel tempo, ostacolando il nostro adattamento all’ambiente piuttosto che favorendolo.

Facendo un esempio, se prima di un colloquio di lavoro è normale essere un po’ in ansia, in quanto essa ci permette di restare vigili e concentrati, avere un’ansia eccessiva rischia di compromettere la nostra performance, portandoci a parlare male, a sudare eccessivamente, a tremare, a non credere di farcela.

Nel primo caso si tratta di un’ansia adatta al contesto e funzionale al fronteggiamento della situazione e al superamento di eventuali ostacoli, nel secondo caso si tratta di un’emozione esagerata che rappresenta essa stessa un ostacolo alla nostra performance.

In altre parole, nel primo caso è un’emozione che ci accompagna, nel secondo caso diventa un problema che ci mette i bastoni tra le ruote.

A questo punto potrebbe sorgerti una legittima domanda: perché in questo secondo caso l’ansia si è trasformata in qualcosa di problematico?

Perché l’ansia a volte diventa un problema?

A questa domanda gli psicologi hanno nel tempo dato risposte differenti. Un tempo l’orientamento che andava per la maggiore riteneva che l’ansia patologica derivasse dal fatto che in alcune situazioni abbiamo pensieri disfunzionali, ovvero poco aderenti alla realtà, che ci portano a sovrastimare il pericolo e quindi reagire con una risposta ansiosa eccessiva e sproporzionata.

Se ho paura dell’aereo, è perché sovrastimo il pericolo, sottovalutando le statistiche che dimostrano come l’aereo resta di fatto il mezzo di trasporto più sicuro, anche più dell’automobile.

In base a questa lettura, per alleviare la sintomatologia ansiosa si riteneva necessario modificare determinati stili di pensiero catastrofici e imparare a gestire l’ansia tramite esposizioni, tecniche di rilassamento, etc.

Oggi molti psicologi e psicoterapeuti ritengono però questa visione piuttosto limitata.

In particolare, da diversi anni la ricerca ha posto l’accento su un fattore comune a vari disturbi d’ansia (e non solo) definito evitamento esperienziale.

Per spiegare questo concetto iniziamo col dire che, se da una parte l’ansia ci accomuna a tutti gli altri mammiferi, noi esseri umani ci distinguiamo per il fatto di possedere il linguaggio e, conseguentemente, la coscienza di ordine superiore. In altre parole, sia gli esseri umani che gli altri mammiferi provano ansia, ma solo noi umani siamo in grado di prendere consapevolezza del nostro stato emotivo e di valutarlo.

Noi siamo infatti in grado di riflettere su noi stessi e pensare “in questo momento provo dell’ansia“, riconoscendo quindi la nostra emozione ed etichettandola.

Non solo. Noi possiamo andare oltre e valutare l’emozione che proviamo, oltre a riconoscerla.

Nel momento in cui proviamo uno stato emotivo, quindi, siamo anche in grado di dare un significato a quello che stiamo vivendo. Ti risulterà tutto più chiaro dopo aver preso visione di queste tre tipologie di pensiero che possono associarsi all’esperienza ansiosa:

“In questo momento sono in ansia”

“Sono in ansia, ma è abbastanza comprensibile”

“Sono in ansia: è terribile!

Nel primo caso, stiamo soltanto riconoscendo l’emozione che proviamo. Nel secondo caso, stiamo riconoscendo l’emozione provata in quel momento e al contempo la stiamo giustificando come una reazione normale in quel momento. Nell’ultimo caso, stiamo riconoscendo l’emozione e la stiamo valutando come qualcosa di terribile.

Sono proprio pensieri come quest’ultimo a caratterizzare l’atteggiamento definito evitamento esperienziale. Se riteniamo terribile provare ansia, ciò ci porterà implicitamente a fare di tutto per evitare di provarla. Se penso “Non va bene essere ansiosi”, oppure “Provare ansia è sbagliato“, o ancora “Quest’ansia mi porterà a stare sempre peggio“, non sto facendo altro che biasimarmi per il fatto di provare una certa emozione. Il passo logicamente successivo è quello di cercare delle soluzioni o delle strategie per combattere l’ansia, ovvero per non provare più questo vissuto.

Tali strategie spesso sono la soppressione dei pensieri, la lotta contro le proprie emozioni, l’evitamento di una certa situazione, la fuga. Se strategie del genere vengono applicate in maniera rigida e stereotipata nel tempo, ecco che una normale risposta emotiva (l’ansia) diviene una risposta patologica (ad esempio un disturbo di ansia sociale, un disturbo di panico, un disturbo ossessivo-compulsivo, un disturbo d’ansia generalizzato).

Con la messa in atto di queste strategie cerchiamo di combattere l’ansia che ci pervade, col risultato di farla aumentare ancora di più, in un circolo vizioso che col tempo trasforma l’ansia normale in patologica.

Torniamo all’esempio del colloquio di lavoro. Se il mio provare ansia lo valuto come una componente normale della situazione che sto vivendo, è molto difficile che quell’ansia possa sovrastarmi, in quanto in genere le emozioni sono stati temporanei che hanno un inizio, un picco e un calo.

Se però vedo l’ansia come qualcosa di inevitabilmente pericoloso, un’emozione che non aiuta ma ostacola, allora inizierò a provare paura della mia stessa emozione di paura. È questo che metterà in moto un circolo vizioso che non farà altro che intensificare le iniziali e normali manifestazioni dell’ansia (tachicardia, sudorazione, accelerazione dei pensieri…).

Le strategie disfunzionali dette precedentemente, ovvero i tentativi di soppressione di alcuni pensieri o i tentativi di evitare di provare quell’emozione, non faranno altro che fallire, in quanto non è sotto il nostro potere imporci di non pensare o non provare una certa emozione.

Ecco che un’emozione generalmente regolabile diviene disregolata.

Ma se combattere contro la propria ansia non ha alcuna utilità, qual è la strada più efficace?

Passare dalla lotta all’accettazione

Indossare i guantoni e prendere a pugni la propria ansia, quindi, non solo non serve, ma è proprio ciò che in genere ci traghetta da un’emotività normale a un disturbo psicologico a base ansiosa.

Anziché affaticarsi in questa lotta, imboccare la strada dell’accettazione risulta essere l’atteggiamento più benefico.

Prova a leggere attentamente questi due pensieri:

Non riuscirò a fare il colloquio di lavoro perché sono troppo ansioso

Posso andare al colloquio di lavoro pur avendo paura di non farcela e provando dell’ansia

Noti una differenza? Il primo pensiero è quello che tipicamente si associa all’evitamento esperienziale: “finché avrò quest’ansia non va bene, non riuscirò ad andare al colloquio di lavoro“.

Il secondo non cerca di sopprimere alcun pensiero né alcuna emozione: semplicemente si propone di accettarla, ovvero di fare le proprie cose pur provando quell’emozione.

È sottinteso in quest’ultimo caso che provare dell’ansia va bene, non è pericoloso e… fa parte della vita.

È questa l’essenza dell’accettazione.

Con questo atteggiamento mentale, l’ansia diventa una compagna, né gradevole né sgradevole, semplicemente una compagna che abbiamo accanto in quel momento. Più la accettiamo, più quell’emozione farà il suo naturale corso e non ci impedirà di vivere una vita coerente con ciò che vogliamo fare. Più la combattiamo, più rischieremo di restare impelagati nel turbinio di preoccupazioni e tentativi vani di allontanarla, con conseguente senso di fallimento e frustrazione.

Non è così facile

Non voglio assolutamente farti passare il messaggio che questo cambiamento di atteggiamento sia facile da ottenere.

Difatti non è così e chiunque ti dica il contrario starà facendo una banalizzazione.

Normalmente chi tende ad avere risposte ansiose di tipo patologico ha passato buona parte del tempo, spesso anni, a ritenere che sia fattibile allontanare l’ansia imponendosi di non provarla. Questo diventa un stile talmente automatico (e in genere appreso) che spesso la persona non ha neanche consapevolezza di metterlo in pratica.

Oggi sappiamo però che quando una persona riesce a cambiare rispetto al suo disturbo d’ansia, lo fa riuscendo ad accettarla e quindi a cambiare prospettiva rispetto a quello che prova.

Arrivare ad ottenere questo obiettivo non è né immediato né facile.

Ma non è facile neanche lottare strenuamente contro i propri pensieri e le proprie emozioni, con la differenza che in questo caso si tratta di una fatica poco fruttuosa e che non fa altro che alimentare il malessere psicologico.

Per approfondire il coLa trappola della felicitàncetto di accettazione in psicologia, ti consiglio la lettura del testo di Russ Harris “La trappola della felicità“.

Si tratta di un famoso libro di autoaiuto, scritto da un pioniere in questo campo, che accompagna il lettore all’interno di questa nuova prospettiva volta ad abbandonare la lotta contro i propri pensieri e le proprie emozioni.

Vale la pena specificare che i libri di autoaiuto possono risultare dei validi strumenti ma non possono sostituirsi a un percorso psicologico effettuato con un professionista.

Nei casi in cui il problema non è radicato e non risulta eccessivamente invalidante, libri come questo possono risultare un ottimo punto di partenza, nonché un viaggio affascinante verso una prospettiva nuova nei confronti di noi stesso.

Ma quando l’entità del malessere e del disagio è eccessiva, allora la cosa migliore è contattare uno specialista che ci aiuti ad affrontare il problema nel migliore dei modi.

Articolo consigliato: Disagio vs benessere psicologico: ecco cosa fa la differenza

Crediti immagine: Frepik
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Chi sono

dott. Andrea Epifani - Psicologo Bologna
dott. Andrea Epifani - Psicologo Bologna

Sono psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e dottore di ricerca.

Oltre a lavorare nel mio studio privato a Bologna, sono professore universitario a contratto di "Psicologia clinica" presso l'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo".

Le mie aree di intervento riguardano principalmente i vari disturbi d'ansia (attacchi di panico, disturbi ossessivo-compulsivi, fobia sociale...), i disturbi dell'umore e le problematiche relazionali.

Per appuntamenti o informazioni:
Studio: Bologna, Via Mazzini 82.
Tel.: 389-0443350
Mail: andreaepifani@gmail.com
Sito: http://BolognaPsicologo.net

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