Resilienza: il nostro anticorpo psicologico

Cos’è la resilienza

Per spiegare il concetto di resilienza, proviamo a pensare a un evento negativo di una certa importanza, come il lutto.

Il processo di elaborazione del lutto prevede varie fasi: si va dall’iniziale riconoscimento dell’accaduto, ai sentimenti sani di dolore per la perdita della persona scomparsa, al ricordo del caro e del rapporto con lui, fino alla capacità di rinunciare alla persona scomparsa, per poi riadattarsi e reinvestire emotivamente nella propria vita.

Se alcuni individui riescono ad attraversare queste fasi fino a elaborare l’accaduto, altri restano però bloccati nel dolore inconsolabile, nella depressione, nella rabbia e nell’incapacità di strutturare un nuovo progetto di vita.

Cosa fa la differenza tra un tipo di reazione e l’altro? Perché per alcuni è più facile elaborare e accettare l’evento negativo, mentre per altri l’accaduto è una vera e propria interruzione del cammino di vita?

La parola chiave è resilienza.

Nell’ingegneria dei materiali, il termine resilienza fa riferimento alla capacità di un materiale di assorbire un urto senza deformarsi o rompersi.

Il termine è stato poi introdotto anche nella psicologia per indicare la capacità di una persona di fronteggiare eventi negativi, traumi e circostanze avverse, ritrovando quindi un senso positivo della vita e un’emotività produttiva.

Falsi miti sulla resilienza

Il concetto di resilienza è spesso fonte di fraintendimenti e falsi miti che è utile sfatare. Eccone alcuni.

Mito #1. La resilienza è un tratto di personalità: o ce l’hai o non ce l’hai

In psicologia, con il termine “tratto” si intende una caratteristica della personalità che emerge molto presto nello sviluppo individuale e che resta relativamente stabile nel corso della vita. Il temperamento, ad esempio, è un tratto che può essere modulato dall’ambiente ma che non cambia radicalmente nel corso degli anni.

La resilienza non è una caratteristica di questo tipo.

Non è un dono, qualcosa che o si possiede oppure no.

La resilienza può essere sviluppata e appresa, in quanto ha a che fare con i propri pensieri, le proprie emozioni, i comportamenti messi in atto.

Mito #2. Le persone resilienti non hanno bisogno degli altri

Falso. In realtà le persone resilienti sanno che grazie agli altri (amici, familiari…) avranno più probabilità di superare i momenti negativi.

Chi ha una buona resilienza è in genere coinvolto in buone reti di relazioni sociali e non ha difficoltà ad aprirsi con gli altri, a manifestare il proprio dolore e le proprie emozioni dolorose e a chiedere aiuto nel momento del bisogno.

Mito #3. Le persone resilienti sono immuni allo stress e alle emozioni negative

Non è così. Le persone con una buona resilienza sperimentano stati di stress e emozioni negative come chiunque altro. Tuttavia provano anche emozioni positive, come gioia, gratitudine, gentilezza, amore, contentezza.

Inoltre sono in grado di trovare significati negli eventi della vita, il che è molto importante per il superamento dei traumi e degli eventi negativi.

Mito #4. La resilienza è l’eccezione, non la regola

Se fosse così, ci saremmo estinti da un pezzo.

Sopravvivere ai traumi e superare le avversità è una capacità umana, non un dono straordinario. Tutti abbiamo le risorse necessarie per far fronte agli eventi negativi che ci destabilizzano emotivamente.

Le persone meno resilienti hanno meno capacità di affidarsi alle emozioni positive e sono meno in grado di generare significati nuovi di fronte agli eventi della vita. Questa rigidità non è però la regola, e può essere spesso superata con l’aiuto di un professionista o grazie a esperienze di vita in grado di ristabilire un equilibrio.

Mito #5. Essere relisienti vuol dire resistere

Non è sempre corretto.

Resistere implica incassare il colpo cercando di non farsi abbattere, senza reagire. Al contrario, la resilienza consiste nella reazione funzionale agli eventi stressanti.

Inoltre il concetto di resistenza può rimandare al concetto di lotta contro le emozioni negative, con l’obiettivo di scacciarle o resistere ad esse. Una delle recenti scoperte della psicologia contemporanea è che questo atteggiamento è proprio ciò che in genere ci allontana dal superare il momento negativo che stiamo vivendo.

Chi ha una buona resilienza vive le emozioni negative e dolorose con accettazione, accogliendole, senza privarsi al contempo della possibilità di sperimentare anche delle emozioni più positive.

Mito #6. Chi ha una buona resilienza è un “duro”

Alla luce di ciò che abbiamo detto sino ad ora, avrai intuito che non è assolutamente così.

Scordiamoci i cliché dell’uomo imperturbabile o della donna “con gli attributi” (espressione peraltro maschilista per indicare una donna sicura di sé e che sa quello che vuole).

In realtà chi si impone di essere inscalfibile, chi ritiene che non si debbano condividere le proprie debolezze, è proprio chi ha meno chance di superare adeguatamente i traumi e gli eventi negativi della vita. Questo perché si imporrà di non provare e non accettare determinate emozioni, cosa impossibile, se non a spese della propria salute psicologica.

Fattori che contribuiscono allo sviluppo di una buona resilienza

Una buona resilienza deriva da una combinazione di diversi fattori.

Come abbiamo detto, la rete sociale è una variabile cruciale. Molti studi hanno infatti rilevato che il fattore primario risiede nella capacità di coltivare buone relazioni sociali non solo all’interno, ma anche all’esterno del nucleo familiare.

Relazioni basate sulla fiducia offrono ottimi modelli di comportamento e ispirano incoraggiamento e rassicurazione.

Non bisogna inoltre dimenticare che, in quanto mammiferi, nei momenti di difficoltà cerchiamo istintivamente la vicinanza di una persona per noi importante in quanto abbiamo bisogno di avvertire un certo grado di sicurezza. È il senso di sicurezza che ci permette di far emergere le nostre risorse e le nostre potenzialità per superare i momenti negativi.

Oltre alla rete sociale, altri fattori contribuiscono all’accrescimento delle proprie capacità di fronteggiare e superare i momenti di crisi:

  • avere una visione positiva di se stessi e credere nei propri punti di forza
  • capacità di regolare emozioni intense e dolorose
  • darsi obiettivi realistici e passare all’azione nell’ottenerli
  • avere buone capacità comunicative e di problem solving

Inoltre, saper imparare dal passato è un aspetto molto importante. Recuperare altre esperienze stressanti già superate, focalizzandosi sugli aspetti che ci hanno aiutato a fronteggiarle, è un ottimo modo per coltivare la propria resilienza.

Infine, mantenere un certo grado di flessibilità psicologica permette di adattarsi ai cambiamenti e trovare le risorse necessarie per fronteggiare i momenti di difficoltà. Le persone flessibili e resilienti implicitamente considerano gli eventi negativi come un’opportunità per cambiare direzione ed evolvere. Per approfondire questo aspetto ti invito a leggere l’articolo sulla differenza tra benessere e disagio psicologico.

Un consiglio finale

Come abbiamo detto, essere resilienti e saper affrontare le difficoltà della vita (come lutti, traumi o rotture relazionali) è una capacità umana che però deve essere coltivata giorno per giorno.

Sappiamo però che esistono molte situazioni nelle quali la persona, per quanto si sforzi, non riesce ad uscirne fuori, perde la fiducia nelle proprie capacità di farcela, non vede l’uscita.

È in momento come questi che occorre contattare uno psicologo.

In fondo, lo scopo ultimo di un percorso psicologico è quello di aiutare la persona ad essere maggiormente resiliente. Un buon percorso psicologico permette di far uscire le risorse bloccate, aiutando la persona a sviluppare nuovi punti di vista sulla situazione e ad acquisire maggiore competenza riguardo ai propri schemi di pensiero e alle proprie emozioni.

 Per approfondire ti consiglio la lettura di questo articolo pubblicato su State of Mind.

Crediti immagine: Freepik

Resilienza: il nostro anticorpo psicologico
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Chi sono

dott. Andrea Epifani - Psicologo Bologna
dott. Andrea Epifani - Psicologo Bologna

Sono psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e dottore di ricerca.

Oltre a lavorare nel mio studio privato a Bologna, sono professore universitario a contratto di "Psicologia clinica" presso l'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo".

Le mie aree di intervento riguardano principalmente i vari disturbi d'ansia (attacchi di panico, disturbi ossessivo-compulsivi, fobia sociale...), i disturbi dell'umore e le problematiche relazionali.

Per appuntamenti o informazioni:
Studio: Bologna, Via Mazzini 82.
Tel.: 389-0443350
Mail: andreaepifani@gmail.com
Sito: http://BolognaPsicologo.net

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